ENGELMARO, Santo
Era un eremita, molto popolare e molto stimato, che visse nell’XI secolo in un bosco nei pressi di Passau, Passavia in italiano, l’incantevole città bavarese protesa come la prua di una nave sulla confluenza a «V» dell’Inn nel Danubio; proprio nel punto in cui si uniscono i due grandi e solenni fiumi che bagnano sui due fianchi il centro abitato, un terzo fiume, l’Ilz, si getta in quelle acque, contribuendo a rendere il luogo veramente suggestivo. Passau - nella cui cattedrale gotica si trova uno dei più grandi organi del mondo, ricco di ben 17.000 canne che ogni domenica mattina fanno sentire in un pubblico concerto la maestosità e l’incanto del loro suono - era sede vescovile fin dal 739, e alla sinistra del Danubio, su uno sperone dominante la città, sorge ancora la fortezza d’Oberhaus (XVIII secolo), residenza dei vescovi. Engelmaro nacque in Baviera in una povera famiglia di contadini. Incline alla pietà e alla vita solitaria, poté avere come maestro dello spirito un pio eremita armeno, di nome Gregorio, ex-vescovo desideroso di solitudine e di perfezione, il quale si era ritirato nella foresta bavarese per prepararsi alla morte. Morto Gregorio nel 1093, Engelmaro rimase solo in quell’eremo, nei pressi del piccolo centro di Windberg, conducendo vita di lavoro, austerità e preghiera. Gli abitanti della regione continuarono ad andare a fargli visita, per chiederne consigli e conforto, come facevano quando il vescovo era ancora vivo. Presto il santo eremita fu circondato dalla stima e dall’affetto di tutti; ma la grande venerazione di cui divenne oggetto e le sue stesse virtù suscitarono l’invidia di un tale che da qualche tempo si era subdolamente associato a lui, facendo credere di voler condurre sotto la sua guida quella dura esistenza, e che nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 1100 lo uccise barbaramente, nascondendone il corpo sotto la neve e abbandonando subito il paese. Secondo un’altra tradizione quel miserabile uccise Engelmaro per impadronirsi dei tesori che supponeva egli avesse: ma non trovò nulla, poiché il buon eremita distribuiva ai poveri tutte le offerte che riceveva. Sta di fatto che quell’azione orribile fu scoperta soltanto alcuni mesi dopo, quando si sciolsero le nevi e le spoglie dell’eremita riaffiorarono e furono notate da un sacerdote, che provvide a seppellirle. La leggenda racconta che dal corpo del morto si irradiò un fascio di luce. Nel 1331 i Premonstratensi di Windberg trasportarono i resti di Engelmaro nella loro chiesa, dove la tomba del santo è ancora oggi meta di pellegrinaggio. Ogni anno gli abitanti del villaggio di Saint-Englmar praticano tuttora un’antica usanza, detta «In cerca di Engelmaro», fingendo appunto di andare alla ricerca del corpo del santo nascosto dall’omicida: si nasconde nel bosco un’immagine del santo che, una volta trovata, è riportata in paese con una solenne processione.
GUGLIELMO DE SANJULIA, Beato
Il Beato Guglielmo de Sanjulia, fu chiamato a far parte dell’Ordine Mercedario dalla stessa Beata Vergine Maria. Giorno e notte si dilettò con sante meditazioni, portò numerosi infedeli nel gregge del Signore e richiamò dall’ambito dei vizi molte donne perdute. Infine avendo conosciuto la sua passione, leggendo salmi ed inni spirituali, morì placidamente nel nome della Trinità con queste parole: Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Fu sepolto nella chiesa del priorato di Barcellona.
L’Ordine lo festeggia il 14 gennaio.
SABAS, Santo
Saba è senz’altro uno dei più illustri personaggi della vita religiosa, culturale e politica della Serbia medioevale; e oggi si dispone di numerose ed autentiche fonti storiche, che testimoniano la sua grandezza; fra cui in primo piano gli scritti dello stesso s. Saba, frutto di una discreta attività letteraria.
Esistono una decina di ‘Vite’ o di accenni del santo in biografie di altri personaggi, scritte in tempi diversi, che comunque vanno dal 1200 al 1350, con forme letterarie più o meno dense di dettagli.
Il santo vescovo fondatore della Chiesa Serba autonoma, nacque verso il 1174-75, terzogenito del principe Stefano Nemanja e di sua moglie Anna; alla nascita ebbe il nome slavo abbastanza popolare di Rastko (in latino Crescenzo) e da bambino ebbe una buona istruzione.
A circa 17 anni il padre l’incaricò di governare la regione di Hum, ma egli già in quella giovane età manifestò un interessamento verso la vita religiosa, rifuggendo da quella mondana del suo aristocratico ambiente. Aveva già 17 anni quando il giovane principe, abbandonò la casa natia e senza avvertire i genitori si ritirò sul Monte Athos, il celebre Monte Santo (1935 m.) all’estremità sud-orientale della penisola calcidica, sede di numerosi monasteri e con una popolazione costituita esclusivamente da migliaia di monaci greco-ortodossi.
Qui Rastko entrò nel monastero russo di S. Panteleimon, raggiunto in breve da emissari del padre per cercare di convincerlo a desistere dal suo proposito. Il giovane rifiutò l’invito e indossò la tonaca monastica prendendo il nome di Saba, in omaggio a s. Saba il Grande (434-532) fondatore del monachesimo in Palestina.
Poi il giovane novizio si trasferì nel monastero greco di Vatopedi, sempre sulla penisola atonita, forse il nucleo più importante dell’intero complesso e dove poté istruirsi nella lingua e letteratura greca, patristica e bizantina, religiosa e liturgica.
I suoi genitori proseguendo nei tentativi di riportarlo a casa, gli mandarono nello stesso tempo ‘molto oro’ sia per i propri bisogni, sia da distribuire alla Chiesa del Monte Athos ed ai poveri. Nel 1196, Saba fu raggiunto dal padre il principe Stefano Nemanja, il quale aveva abdicato, scegliendo di farsi anch’egli monaco, prendendo il nome di Simeone.
Lo seguirono sul Monte Athos numerosi nobili serbi, dei quali alcuni divennero monaci e tutta la servitù; fu evidente con l’arrivo dei due principi e di tanti nobili, il benessere che arrivò alla Comunità monastica di tutto il Monte.
Il monaco-principe Saba venne inviato a Costantinopoli, in missione diplomatica presso l’imperatore Alessio III Angelo (1195-1203) suocero del principe serbo Stefano re Protocoronato, figlio e successore di Stefano Nemanja. Grazie alla sua mediazione, i monaci serbi ricevettero dall’imperatore nel giugno 1198, il permesso di occupare il monastero diroccato di Chilandari e dipendente da Vatopedi, per ricostruirlo e occuparlo.
Con questo monastero venne a costituirsi la grande comunità monastica di Chilandari, i cui primi monaci furono fra altri, proprio quei nobili serbi ed i servitori che accompagnarono l’ex principe Stefano Nemanja sul Monte Athos. Saba compose una nuova Regola in lingua serba, che doveva costituire il prototipo del nuovo monastero.
Nel 1200 il monaco Simeone ex principe Stefano, morì e Saba suo figlio, secondo alcuni testimoni si prodigò per la sua canonizzazione come santo, componendo una ‘Vita’ e un Ufficio liturgico. In quegli stessi anni venne ordinato diacono e poi sacerdote e dopo molti anni trascorsi sul Monte Athos, fu nominato archimandrita (abate) dai tre vescovi della regione.
Il Sacro Monte ebbe sconvolgimenti politici in seguito alla presa di Costantinopoli e alla caduta dell’Impero bizantino (1204) e la vita dei monaci ne risentì ampiamente. Su richiesta di suo fratello Stefano Prvovencani, Saba abbandonò il Monte Athos nel 1208, ritornando nel monastero di Studenica in Serbia, portando con sé le reliquie del padre e qui diventò egumeno (priore).
In seguito fra i due fratelli sorsero delle divergenze, in quanto Saba era tenacemente fedele all’ortodossia bizantina, mentre il fratello principe Stefano, anche per motivi politici, tendeva ad avvicinarsi alla Chiesa di Roma, aveva anche sposata una nobile veneziana (nipote del doge Enrico Dandolo).
A seguito di questo scontro tra fratelli, sia pure ideologico, Saba nel 1216 ritornò sul Monte Athos, dopo aver promosso la costruzione in Serbia, con la collaborazione del fratello, di Zica, città che in seguito accoglierà la sede dell’arcivescovado serbo.
Nel 1219 l’abate Saba si diresse a Nicea in Asia Minore, dove si era stabilita la capitale dell’Impero Bizantino e lì fu consacrato arcivescovo della Serbia, per disposizione dell’imperatore Teodoro I Lascaris (†1222); con questo atto veniva ad istituirsi la Chiesa autonoma serba, distaccandola dalla giurisdizione dell’arcivescovo bulgaro di Ochrida, il cui vescovo Demetrio Comaziano († 1234) elevò formale protesta.
Ripassando per i luoghi del suo monachesimo, Saba arrivò a stabilire la sua residenza di arcivescovo a Zica. Negli anni successivi si dedicò all’organizzazione amministrativa della nuova Chiesa Serba, istituendo sette nuove diocesi, oltre Reska e Prizzen; convocò un Concilio serbo condannando gli eretici seguaci del movimento dualistico dei Progomeli, provenienti dalla Bulgaria.
Con la sua opera mediatrice ci fu un avvicinamento sia di Saba sia del fratello Prvovencani, verso la Santa Sede di Roma; per questo nel 1220 fu inviato al papa Onorio III il vescovo Metodio, per invocare la sua benedizione e il suo beneplacito all’incoronazione religiosa da parte della Chiesa Serba, del principe-re Stefano. Così avuto il consenso pontificio, l’arcivescovo Saba di Serbia, davanti ad un Sinodo convocato per lo scopo nel 1221, pose sul capo del fratello la corona di re di Serbia.
L’arcivescovo fu incaricato verso il 1230 dal fratello re, di ristabilire i buoni rapporti presso il re d’Ungheria Andrea II (1205-1235) intenzionato ad invadere la Serbia.
Saba nel 1229 partì per Gerusalemme dove visitò i Luoghi Santi, poi raggiunse Nicea dove incontrò l’imperatore bizantino Giovanni III Vatatzes e il patriarca di Nicea Germano II, dai quali ottenne un’ulteriore conferma dell’autonomia della Chiesa Serba.
Ripassò per il Monte Athos, poi fu a Salonicco governata da Teodoro II Comneno e quindi ritornò nel monastero di Studenica e infine a Zica. Ma dopo la battaglia del 9-22 marzo 1230 presso Filippopoli, fra l’esercito bulgaro del re Giovanni II Asen (1218-1241) e quello serbo di Teodoro II Comneno, amico e parente di Saba, quest’ultimo fu totalmente sconfitto e la Bulgaria prese il potere dominante nella Penisola dei Balcani.
Seguì l’abdicazione del re serbo Radislao che si rititò in un monastero; sul trono salì il fratello Vladislao (1233-1243) il quale sposata una figlia del re bulgaro, rafforzò l’influsso politico e religioso della Bulgaria sulla Serbia. Saba nel 1233 rinunziò alla sua carica, ormai di nuovo sotto la giurisdizione della sede bulgara di Ochride, fece eleggere al suo posto il discepolo Arsenio I (1234-1267) e s’incamminò in un nuovo viaggio in Oriente nell’autunno 1233.
Visitò le città ed i patriarchi di Gerusalemme, Alessandria d’Egitto, Antiochia, Costantinopoli, i monaci ed eremiti della Tebaide, fino ai confini della Libia e del Sinai. Il lunghissimo e faticoso viaggio aveva senz’altro uno scopo anche diplomatico, suggerito da re bulgaro, affinché i tre grandi patriarchi dell’Oriente, dessero il consenso alla restaurazione del patriarcato bulgaro di Turnovo.
È caratteristica di quell’epoca, l’interessamento del potere reale ed imperiale, nelle problematiche organizzative della Chiesa Orientale. Il patriarcato di Turnovo venne restaurato nel 1235 in un concilio nella città di Lampsaco tenutosi con il consenso del patriarca di Costantinopoli e dell’imperatore Giovanni III Vatatzes; nell’inverno del 1234-35 Saba, viaggiando per via mare, arrivò a Mesembria sul Mar Nero e da lì a Turnovo, che fu capitale della Bulgaria fino al 1393, accolto con cordialità, dal re Giovanni II Asen.
E in questa città Saba si ammalò e morì il 14 gennaio 1235, il suo corpo venne sepolto nella chiesa dei Santi 40 Martiri, vicino alla reggia bulgara. Dopo due anni, su richiesta del clero e del principe serbo, le reliquie furono traslate nel monastero di Mjlesevo in Serbia, dove rimasero fino al 1594, quando il 27 aprile, furono depredate e incendiate dai Turchi.
Non è certa la data della sua canonizzazione, avvenuta poco dopo la sua morte; questo grande personaggio del Medioevo serbo, è certamente uno dei più eminenti, non solo per la sua attività politica e di fondatore dell’autonomia della Chiesa Serba, nella costellazione delle Chiese Ortodosse Orientali; ma anche per la sua attività di scrittore, che per quell’epoca è da considerarsi eccezionale.
Fu autore della ‘Vita’ di suo padre s. Simeone Stefano Nemanja e di molti ‘Tipici’ cioè Regole, per tutti i monasteri, destinati ai monaci serbi di quell’epoca; inoltre insieme ad altri, compilò le norme necessarie per regolare la vita della Chiesa Serba autonoma, allora istituita per sua opera e della quale è unanimemente riconosciuto come il primo arcivescovo e capo.
È ancora oggi molto venerato in Serbia, oggetto di studi e manifestazioni, non soltanto nel campo religioso e letterario ma anche artistico.