TIAGO DA LUÍNO, Santo
Giacomo apparteneva alla nobile famiglia degli Eleuterii (de` Leuteri), figlio di Beltrame, come risulta da alcuni documenti del 31 luglio 1436 e del 1477. Nato probabilmente a Luino verso il 1416, trascorse buona parte della vita tra Luino e Ticinallo, impegnato nella cura degli affari familiari. Alla matura età di quarantadue anni decise di vestire l’abito dei conversi carmelitani, entrando nel convento di Melegnano. Nel 1475 tornò in paese con due frati conversi che l’aiutarono ad edificare, su un terreno di famiglia presso la riva del lago, un convento con a fianco una chiesa dedicata alla Vergine (oggi santuario del Carmine). Il beato si dedicò alla cura spirituale degli abitanti del posto ed alla questua per la comunità che si andava formando. Si diffuse la sua fama di santità, grazie ad alcune favori che ottenne dal Signore, come la guarigione del figlio di una vedova travolto da un muro e il risanamento di un braccio storpio. Era tale la sua carità verso i bisognosi che si disse trasformava pietre e acqua in pane e vino. Fra’ Giacomo pregava in ginocchio molte ore della notte, a scapito della salute. Morì nel 1477, i presenti affermarono che attorno al corpo si accesero miracolosamente molte candele. Altri prodigi si verificarono in seguito, in particolare una sua berretta (o un cappuccio), era richiesta dalle donne che stavano per partorire per porlo sul ventre. Luino fu, per i meriti di questo servo di Dio, preservata dalla peste e da tempeste orribili.
Il beato Giacomo fu sepolto nella Chiesa di S. Pietro in Campagna, l`antica parrocchiale che sorgeva appena fuori del borgo. Negli Atti della visita pastorale di S. Carlo Borromeo del 1574 si riporta una scrittura del 21 ottobre 1569, attestante le ricerche fatte sulla sua vita. Il Borromeo vedendo che la chiesa di S. Pietro era in condizioni precarie, ordinò il trasferimento della parrocchia in una nuova chiesa da erigersi in Luino; tali lavori iniziarono nel 1578. Nel 1834, rifacendosi il pavimento della chiesa di S. Pietro, il sepolcro fu ritrovato e il corpo deposto nella cappella della Vergine costruita alla fine del secolo XV, dove un affresco attribuito a Bernardino Luini lo ritrae con l’aureola insieme ai Magi e alla Madonna, con lo sfondo del Lago e della città. Nel 1778 il convento del beato Giacomo fu soppresso e i frati (Carmelitani scalzi) trasferiti dai di Milano. Oggi l’antica chiesa di S. Pietro ha a fianco il cimitero e conserva il campanile romanico. Nel martirologio ambrosiano il b. Giacomo fu annoverato tra i beati.
HONORATO DE FONDI, Beato
L'unica fonte di notizie circa questo santo sono i Dialoghi di Gregorio Magno.
Figlio di un fittavolo del senatore Venanzio, Onorato nacque in un paesello sui monti del Sannio e, fin dalla più tenera età, si distinse, in vista dei beni celesti, per il distacco dai beni terreni. L'astinenza dalle carni fu la sua mortificazione ordinaria. Un giorno i genitori imbandirono un lauto banchetto; rifiutandosi Onorato di mangiare carne per non recedere dal suo proposito di astinenza, i genitori presero a deriderlo, obiettando l'impossibilità di procurargli del pesce su quei monti. Il Signore però volle premiare la virtù del suo servo fedele, facendo sí che dalla fonte da cui un servitore era andato ad attingere acqua per il banchetto, uscisse un grosso pesce sufficiente a nutrire Onorato per un giorno alla vista di tale prodigio i genitori cessarono di deriderlo.
Crescendo la fama delle sue virtù, il padrone gli diede la libertà ed egli, abbandonati i genitori, raggiunse Fondi e costruì un monastero, raccogliendo sotto il suo governo fino a duecento monaci. Secondo il Moricca il trasferimento di Onorato a Fondi dovette avvenire verso la metà del sec. V.
Del lungo periodo del governo del santo a Fondi, Gregorio non ricorda che un prodigio, l'arresto di un enorme macigno, con un semplice segno di croce e con l'invocazione del nome di Cristo. Senza il suo prodigioso intervento, il monastero sarebbe stato distrutto ed i confratelli sarebbero tutti periti.
Il macigno si ammira tuttora sospeso, senza sostegno, sicché pare sia sempre per precipitare in fondo alla valle.
L'anno della morte di Onorato è ignoto; il Mabillon la mette al 522, altri al 530 o 550. II Moricca, dice «non molto dopo il principio del sec. VI». Da Gregorio sappiamo che Libertino, secondo successore di Onorato, risuscitò un fanciullo, ponendogli sul petto una scarpa del santo abate che portava sempre con sé come reliquia. Il monastero, verso la fine del sec. VI, adottò la regola benedettina. Abbandonato, verso la metà del sec. IX, forse a causa delle invasioni dei Saraceni, fu ripristinato al principio del sec. X.
Secondo l'antica Legenda in gotico, che si conserva nell'archivio della chiesa ex-cattedrale di S. Pietro in Fondi, il corpo di Onorato, con quelli di s. Paterno e di s. Libertino, rimase sepolto per molto tempo nel monastero da lui edificato.
Nel 1215, secondo la testimonianza degli storici locali, sviluppatasi una pestilenza, i corpi di quei tre santi furono trasportati nella cattedrale di Fondi ed il morbo cessò.
Di Onorato, a quanto ancora assicurano gli storici locali, si conserva a Fondi solo il capo, rinchiuso nella testa del busto in argento del santo, essendo stato trasportato il corpo a Montecassino.
Onorato è patrono principale di Fondi, dove la sua festa si celebra solennemente il 10 ottobre con grande concorso di cittadini dei vicini comuni, richiamati anche dalla fiera di bestiame che si svolge nell'occasione. Nel Martirologio Romano è iscritto al 16 gennaio; in alcuni monasteri benedettini è festeggiato il 30 aprile, in Francia e nei Paesi Bassi il 17 dicembre.
PREGHIERA
O Dio,
che hai chiamato Sant’Onorato a illuminare la comunità cristiana
con la parola e a formarla con la testimonianza della vita,
fa che custodiamo la fede che ci ha insegnato
e seguiamo la via che Egli ha tracciato con l’esempio.
Amen.
PRISCILA DE ROMA, Santa
La tradizione agiografica accolta nel Martirologio Romano ricorda al 16 gennaio una santa Priscilla che sarebbe stata moglie di Manlio Acilio Glabrione e madre del senatore Pudente, e che avrebbe ospitato san Pietro nella propria villa a Roma situata nei pressi del cimitero di Priscilla sulla via Salaria: il nome e la data compaiono in manoscritti tardi del Martirologio Geronimiano, sulla base dei quali sono confluiti nel Romano. L'identificazione resta delle più problematiche, fondandosi sulla evidente contaminazione di diverse leggende romane e di dati di natura archeologica ed epigrafica: il celebre cimitero sulla via Salaria, luogo della deposizione di martiri e di papi del IV sec. (Marcellino, Marcello, Silvestro, Liberio, secondo la Depositio episcoporum e il Liber pontificalis), è verosimilmente all'origine dello statuto di santità attribuito all'eponima fondatrice, forse membro della gens Acylia (una Priscilla di rango senatorio, sorella di Manius Acilius Vero, è ricordata in un'epigrafe nell'ipogeo degli Acilii Glabrioni situato nelI’area), oppure - come ritenuto da qualche studioso - una liberta.
Secondo lo stesso meccanismo, com'è noto, divennero spesso oggetto di culto e di elaborazione agiografica gli eponimi di tituli basilicali romani, considerati come santi locali oppure identificati con martiri forestieri. Si pensi al caso di sant’Anastasia, oppure a quello - assai significativo in rapporto al problema dell'identificazione di santa Priscilla - di una martire Prisca venerata a Roma nel VII sec., commemorata il 18 gennaio e sepolta - secondo gli itinerari coevi - nello stesso cimitero: è però da ritenere che si trattasse della fondatrice di un titulus sull'Aventino, menzionato in un'epigrafe del V secolo e negli atti del sinodo del 499; più tardi, al sinodo del 595, la chiesa viene ormai chiamata titulus sanctee Priscae, e nel sec. VIII la fondatrice viene identificata con la Prisca (o Priscilla) moglie di Aquila, di cui parlano san Paolo (Rm 16,3; 1Cor 16,19) e gli Atti degli Apostoli (18,2 e 18), si che il titulus - denominato Aquile et Prisce nel Liber pontificalis, II, 20, 24 e 42-43 - viene messo in relazione con le memorie apostoliche e con la stessa attività di Pietro e di Paolo a Roma.
La vicinanza delle date di commemorazione (16 e 18 gennaio), la somiglianza dei nomi e la costante rappresentata dal cimitero sulla Salaria deporrebbero a favore dell'ipotesi di una confusione o di una sovrapposizione tra le due sante: ad entrambe tradizioni tarde tendono infatti ad attribuire l’identità prestigiosa - accreditata dalla fonte neotestamentaria - dell'ospite di san Paolo a Corinto, attiva con il marito Aquila nella prima catechesi cristiana. Aquila e Prisca (o Priscilla) vi erano giunti da Roma in seguito all'espulsione dei Giudei locali decretata nel 49 dall'imperatore Claudio; nella capitale d'Acaia offrirono ospitalità a Paolo, e più tardi si misero in viaggio con lui, stabilendosi a Efeso; al tempo dell'Epistola ai Romani (58) si trovavano a Roma, come prova l'affettuoso e grato saluto loro rivolto dall'Apostolo (16,3-5); una notizia più tarda, nella Seconda Lettera a Timoteo (4,19), ne riferisce il ritorno a Efeso: I’attribuzione ai due coniugi della qualità di "apostoli e martiri", presente nel Sinassario Costantinopolitano alla data del 13 febbraio, non ha fondamento, e sembra un'amplificazione dell'allusione di san Paolo ai rischi che costoro avrebbero corso per la sua salvezza (Rm 16,3).
L'origine romana della coppia, la grafia greca del nome Aquila (Acylas), che rimanderebbe alla gens Acylia collegata con il cimitero sulla Salaria, e la presenza epigraficamente attestata nello stesso luogo di una Priscilla (nonché quella di una martire Prisca ricordata negli Itinerari del VII sec.), hanno certamente contribuito ad accreditare l'identificazione e a provocare la confusione di personaggi e di tempi. Va aggiunto inoltre che a comporre la leggenda che metteva in relazione Priscilla (o Prisca) con l’attività di Pietro a Roma concorse la contaminazione con il ciclo agiografico relativo alle sante Pudenziana e Prassede, figlie del senatore Pudente (secondo la tradizione <>) e nipoti di una Priscilla, tutti sepolti nel cimitero sulla via Salaria.
Una Priscilla matrona romana compare inoltre nella Vita di s. Marcello di Anastasio Bibliotecario (sec. IX), come colei alla quale il papa si sarebbe rivolto per la costruzione del cimitero poi ricordato sotto il suo nome: la notizia e la conseguente identificazione con la fondatrice sono evidentemente frutto della fantasia dell'agiografo. È in ogni caso interessante notare che il 16 gennaio, ricorrenza di santa Priscilla, è anche la data tradizionale della depositio nel cimitero sulla Salaria di papa Marcello (Lib. pont., I, 164): segno ancora una volta dell'originario legame tra il cimitero di Priscilla e il moltiplicarsi delle leggende agiografiche sulla fondatrice, incrementate dalla fame dei personaggi ivi deposti.